IL DIRITTO DI CRITICA E LA CONCORRENZA SLEALE

Ci si è sempre chiesti quali limiti ci fossero nel dare un giudizio ad una persona, un fatto, una circostanza. Si deve dire, innanzitutto, che la Suprema Corte ha definito espressamente che la critica di per sé non può essere obiettiva, dal momento che l’interpretazione del fatto sarà, per sua natura, sempre soggettiva.

Successivamente, sempre gli ermellini hanno sancito che “sostenere una tesi diversa significherebbe infatti in concreto affermare che nel nostro ordinamento giuridico è previsto e tutelato il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero solo ed esclusivamente nel caso che questo consista in approvazioni e non in critiche.  È infatti palese che qualunque critica che concerna persone è idonea a incidere in qualche modo (direttamente o indirettamente) in senso negativo sulla reputazione di qualcuno” (Cass. civ. sez. III, 16 maggio 2008, n. 12420).

Da tanto ne consegue che, in questi termini, escludere il diritto di critica ogniqualvolta sia lesa la reputazione di una persona, significherebbe in pratica escludere il diritto di critica. Paradosso giuridico che, ovviamente, non può fare ingresso all’interno del nostro ordinamento.

In un primo momento, la Giurisprudenza aveva stabilito che il diritto di critica dovesse essere esercitato rispettando tre limiti: interesse sociale, verità del fatto e continenza delle espressioni.

Susseguentemente, si è sviluppato un ulteriore orientamento, anche se non di legittimità, secondo il quale si doveva sicuramente rispettare i parametri dell’interesse pubblico e quello della continenza espressiva, ma non può pretendersene l’assoggettamento al limite della verità oggettiva.

Tale interpretazione ha trovato poi riscontro nella prevalente giurisprudenza di legittimità (Cass. pen. Sez. V, 16/03/2005, n. 13264), la quale ha aderito al principio secondo cui “la scriminante del diritto di critica presuppone un contenuto di veridicità limitato alla oggettiva esistenza del fatto assunto a base delle opinioni e delle valutazioni espresse”.

Oltre a ciò, degno di nota è che il diritto di critica può essere strumentalizzato per ottenere vantaggi o svantaggi, ma la sua applicazione vengono ristretti dall’art. 2598, n. 2, c.c., a norma del quale “vengono qualificati come atti sleali la diffusione di notizie e apprezzamenti…sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito” (Cassazione Sezione V Penale, sentenze n. 42029/2008 e n. 5945/1982). Di conseguenza, il diritto di critica espresso nell’ambito della concorrenza commerciale non può trascendere in atti di concorrenza sleale.

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