IL PROBLEMA DELLA REPUTAZIONE GIA’ COMPROMESSA

Spesso e volentieri si tende ad attribuire un epiteto che, molto probabilmente, è già conosciuto dalla comunità sociale; di conseguenza, ci si chiede se affermare che una donna “sia di facili costumi”, sebbene tutti già lo sappiano, configuri in ogni caso il reato di diffamazione. Sul punto, vi è stato un dibattito, oltre che dottrinale, anche giurisprudenziale che hanno visto due tesi contrapposte.

La prima, sostiene che il reato di cui all’art. 595 c.p. sussiste soltanto quando l’offesa venga perpetrata in “ambiti personali” non ancora compromessi.Seguendo questa linea, se ne dedurrebbe allora che dichiarare che una prostituta sia una prostituta non configuri reato, ma invece lo costituirebbe nel momento in cui si dicesse che è anche una truffatrice.

La seconda, invece, ambisce ad una concezione maggiormente difensiva per il diffamato: non possono esservi offese di diverso “genere”, poiché ci si muoverebbe in un’ipotesi paradossale del sistema giuridico. Infatti, se così fosse vi sarebbero delle offese “lecite” e “illecite”, circostanza che paralizzerebbe il sistema penale perché creerebbe delle contraddizioni di non poco conto.

La Suprema Corte di Cassazione ha sposato la seconda tesi sancendo che “La reputazione che per taluni aspetti sia stata compromessa, può formare oggetto di ulteriori illecite lesioni. Ne consegue che anche per una persona imputata di alcuni reati non può non risultare lesiva la notizia che essa è stata già condannata per altri gravi reati, ed anzi siffatta notizia, oltre a determinare una valutazione negativa per la condanna, fa apparire in una luce diversa e peggiore anche l’esistenza di quelle imputazioni sulla cui fondatezza il giudice non si è ancora pronunciato” (Cass. sez. V, 12 febbraio 1992, n. 1481).

Si rileva, altresì, un’altra sentenza degna di interesse. Al riguardo, un operatore del 118, durante il proprio servizio, rendeva pubblica una telefonata intercorsa con una persona palesemente balbuziente, in maniera “ironica”. In tale contesto, l’indagine in merito all’elemento soggettivo diventa decisiva. La Cassazione, sul punto, ha stabilito che ove venisse appurato che detta condotta sia stata perpetrata con l’unico scopo di denigrare, essa costituirebbe diffamazione, a nulla rilevando il fatto che la balbuzie sia nota in ambito sociale (Cass., sez. V, 27 novembre 2013, n. 47175).

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